l'amore ai tempi del covid

Ci ho messo un po’ a decidere di raccontare quello che succede quando il Covid ti entra in casa.

Da una parte mi sembrava giusto farlo, sia per me stessa, per sfogarmi e tirare fuori le emozioni di questi ultimi periodi, dall’altra il timore era di cadere nella retorica e nell’ovvietà, cosa che non mi sarebbe piaciuta.

Scriverne, ma raccontare cosa?

L’angoscia di trovarsi nel bel mezzo della situazione più temuta del secolo, tagliata fuori da una cosa personale e intima quale la malattia della propria madre, l’impotenza di non poter essere presente e vicina, appesa alla speranza di telefonate attese che non arrivavano mai, la fiducia persa e poi ritrovata? Queste sono storie che tutti coloro che sono passati attraverso questa vicenda, e purtroppo sono molti, possono raccontare.

Quindi, che cosa avevo, io, da raccontare di nuovo?

Quale può essere il punto di vista diverso?

Prima ancora di conoscere l’epilogo di questa storia, ho deciso che avrei parlato del positivo che ho vissuto, perché a questo mi sono voluta attaccare e soltanto questo mi ha dato la forza di attraversare un periodo brutto, difficile, faticoso e spaventoso.

Di una casa che si è aperta per ospitarci mentre mio papà era positivo al Covid e non era possibile convivere con lui. Un sì detto immediatamente, istintivamente e senza tornare indietro, con tutte le ansie e le paure del caso.

Il sì più generoso, senza nessun tornaconto, soltanto un sì, venite, state pure a casa mia, per tutto il tempo che volete, vi aiuto io. Ricevuto da una persona che prima avevo incontrato forse due volte e che ha generato una strana convivenza, sfociata in una vera amicizia, nella condivisione di paure, ansie, angosce ma anche tante risate, le classiche risate della stanchezza ma anche quelle della vera gioia di vivere, nonostante tutto.

Di una spesa che arrivava la domenica mattina, portata a casa silenziosamente e generosamente, due sacchetti di viveri e di affetto, che riempivano non soltanto la pancia.

Di una telefonata “vengo lì a farti compagnia” di chi avrebbe avuto davvero tanto altro da fare piuttosto che passare la domenica a giocare a UNO.

Delle voci delle dottoresse di un’altra città, di un altro mondo, che ogni volta trovavano il modo di passare 5 minuti a raccontarmi episodi e sfumature delle giornate di mia mamma, voci in cui si sentivano i sorrisi, la vicinanza, la forza e la speranza. Voci di persone che probabilmente non incontrerò mai, ma che sono diventate familiari e consuete, come di vecchie amiche che fa sempre piacere sentire.

L’essere diventata in pochi giorni parte di un folto gruppo di arzillissime diversamente giovani, ottantenni con una grinta e un’energia straordinarie, le irriducibili amiche di mia mamma che ho sincera intenzione di continuare a sentire anche dopo che sarà tornata a casa, perché sono state la compagnia migliore che avrei potuto avere.

I messaggi delle mie amiche, discrete, che non volevano “rompere” ma non riuscivano a non chiedermi come stavo, tutti i giorni. Alle quali magari rispondevo dopo 3 giorni, ma vorrei che sapessero che le ho pensate sempre e non ho mai avuto tanta malinconia per qualcosa che del tempo passato con loro e delle loro bellissime facce che mi sognavo anche di notte. I loro messaggi vocali che riascoltavo più volte, per sentire le loro voci sentire il cuore che si calmava istantaneamente.

I ritorni a casa, la gioia di vedere quella porta rossa che ho sempre detestato perché sbatte troppo forte, le coccole dei miei gatti e gli occhi della persona che da anni condivide con me gioie e dolori, che mi capisce al volo sempre e da sempre, e le sue chiamate ai più disparati fornitori di cibo per non farmi stancare.

I miei progetti, che nei momenti in cui riuscivo a dedicarmi al lavoro riuscivano istantaneamente a ridare un senso, a farmi sentire pacificata e centrata nella mia esistenza così traballante, a riempirmi di gioia e di quella stupenda sensazione di pienezza e di voglia di dare ancora tanto, più di prima, perché da tutto questo si esce davvero diversi, davvero migliori, davvero più forti.

I libri, meravigliosa e insostituibile compagnia, che in quei dieci minuti a letto, prima di crollare stecchita, mi portavano in mondi ancora belli, nei quali era piacevole stare. Non me lo dimenticherò, mai più, quanto bene fanno, quanta speranza danno, quando ti svegli la mattina con il libro appoggiato accanto, che non ti ricordi nemmeno se sei riuscita a leggere una riga, ma ti strappa un sorriso.

La musica nella quale mi rifugiavo nei lunghi viaggi di andata e ritorno, col cuore carico di dolore e però, sorprendentemente, anche di gioia. La musica che ti regala sempre bellezza, stupore, energia, che sa farti sciogliere in lacrime ma anche non riuscire a stare ferma sul sedile di un treno, sotto la pioggia, la neve e il freddo. La compagna di sempre, che non manca mai in nessuna giornata, anche quando ogni tanto mi mancava l’ispirazione e allora mi rifugiavo nelle canzoni di Natale, dritta fra le braccia di Michael Bublè, e mi sentivo un po’ idiota ma tutto sommato felice.

E per ultima, la consapevolezza di poter fare qualcosa di utile, di poter restituire quello che ho ricevuto nella vita, e che anche nella stanchezza e nella preoccupazione si possono dimenticare le polemiche e le frustrazioni e pensare solo a collaborare e aiutarsi. Tutto questo si chiama famiglia, il mio mondo. Ed è quello che il Covid mi ha regalato.


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